Siamo gli uomini televisione
Guillame Chenevière, già direttore della televisione della Svizzera Romanda, fa visita a una riserva indiana nel Nuovo Messico: smaltiti i convenevoli, gli scappa una bella domanda. Chiede al vecchio capo indiano che cosa caratterizza l'identità del suo popolo. Il vecchio lo guarda in faccia e dopo una lunga pausa gli risponde: "Non abbiamo un'identità, non abbiamo una televisione". Ora sociologi, filosofi e compagnia bella potranno allibire di fronte a una così brutale semplificazione della natura di un popolo. Eppure è coerente con l'evoluzione (o degenerazione) culturale contemporanea. Se così fosse, se il capo indiano avesse ragione, noi che di televisioni ne abbiamo fin troppe, avremmo troppe identità. O addirittura peggio, una superidentità che forse turberebbe lo stesso Freud. Quando poi, si sa, il nostro popolo di imperterriti guelfi e ghibellini si diletta in una schizofrenica arte di arrangiarsi che in fondo rifiuta il concetto stesso di identità. Una, nessuna, centomila televisioni non farebbero la nostra identità. La terra di Fregoli è ancora quella nepotista, percorsa da faide che allontanano la messa a fuoco della presunta italianità. E molti di noi si rassegnano al trasformismo senza nemmeno rendersene conto. Haug, anzi sigh...
(Vanni Portella)
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